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Pietre dell'identità 

Casa delle Guide Alpine in Valmasino (1997-1999)
di Gianmatteo e Roberto Romegialli*

 

English version

Scorcio della facciata principale verso il torrente
(foto Alfonso Acocella)

photogallery
La valle del torrente Masino, con le sue imponenti placche granitiche affioranti dai rilievi alpini, è riconosciuta a livello europeo come una delle "palestre" più idonee alla pratica dell'alpinismo estremo.
La realizzazione di un centro polifunzionale della montagna con annesso un rifugio per gli escursionisti costituisce l'occasione di un'esperienza progettuale tesa a riproporre un rapporto stringente con il contesto. In un paesaggio fatto di prati e di massi affioranti, di cave dismesse, dominato dalle balze del Sasso Remenno e lambito dal torrente, la Casa delle Guide si pone come "un segno preciso, estraneo a mimesi storicistico-vernacolari, capace di dichiararsi e delineare (...) due ambiti di appartenenza, un "prima" e un "dopo", vallo ideale di demarcazione tra diverse condizioni naturali e insediative".1
I due bracci perpendicolari in cui si organizza l'edificio generano un impianto a squadra allineato con un ponte romanico in pietra che attraversa il Masino. Tra la Casa e le pendici dei monti retrostanti una corte semiaperta trattata a manto erboso assume il significato di "vuoto di rispetto" che separa il manufatto dall'identità naturalistica del luogo.
Il perentorio volume dell'opera architettonica è definito da solidi muri realizzati con scampoli di granito ghiandone delle cave locali; la pietra a spacco, posta in opera su abbondanti letti di malta, è rifinita a "rasapietra", secondo una tecnica della valle che prevede la rasatura dei giunti, "tirati", con gli utensili del muratore, a ricoprire parzialmente le irregolarità e le asperità perimetrali dei massi litici impiegati. Si tratta di un procedimento che protegge la superficie esterna della compagine muraria dall'infiltrazione dell'acqua conferendole una intonazione materica particolare da cui emerge, quasi in filigrana, il reticolo dei giunti di un grigio più chiaro rispetto al plumbeo colore del ghiandone.
L'adozione dell'opera muraria rustica esprime, così, un forte radicamento materiale e culturale al luogo che, tuttavia, non impedisce ai progettisti di ricercare una inedita scrittura compositiva per rispondere alle esigenze costruttive e funzionali dell'oggi.


Veduta del Valmasino e tradizionali case del luogo (foto Alfonso Acocella)

Le murature sono a doppio paramento con coibentazione interposta; un setto interno portante di calcestruzzo armato, dello spessore di 20 centimetri, si accosta allo strato litico esterno spesso circa 30 centimetri. Blocchi monolitici di granito, estremamente regolarizzati con trattamento di superficie a "pianosega" costituiscono, secondo tradizione, gli architravi delle aperture; il calcestruzzo armato a vista interviene, invece, a risolvere, laddove l'uso dei materiali litici sarebbe forzato, le solette su grandi luci e il vano scala cilindrico esibito in facciata.
Con la saldezza di un baluardo costruito tra l'estendersi discontinuo del paese di Filorera e la topografia frammentata del sito estrattivo abbandonato, l'edificio dei Romegialli parla un linguaggio essenziale fatto di murature massicce ed omogenee, appena articolate da poche "speronatore" e dal volume aggettante di una grande canna fumaria. Nel corpo che racchiude la palestra lo spessore dell'alzato murario si rastrema verso la sommità; la continuità della materia litica è qui disegnata "graficamente" da un minuto punteggiato regolare di trafori quadrati quasi ad evocare i paramenti a scarpa e le buche pontaie di antiche cortine difensive.
Al carattere introverso dei fronti, incisi da piccoli fori o scavati in profondità da rare ed eleganti finestre, si contrappone l'apertura dei prospetti sulla corte interna, risolti con un impaginato di logge in legno e di ampie vetrate che dialogano con il verde del prato e con la stratigrafia naturale della roccia grezza della cava sullo sfondo.

Davide Turrini

Note
(*) Il saggio rieditato è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L'architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624
1 Gianmatteo e Roberto Romegialli, Relazione di progetto (dattiloscritto inedito), s.d., p.2.

 

4 Settembre 2006

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Casa delle Guide Alpine in Valmasino (1997-1999)
di Gianmatteo e Roberto Romegialli*

 

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Scorcio della facciata principale verso il torrente
(foto Alfonso Acocella)

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La valle del torrente Masino, con le sue imponenti placche granitiche affioranti dai rilievi alpini, è riconosciuta a livello europeo come una delle "palestre" più idonee alla pratica dell'alpinismo estremo.
La realizzazione di un centro polifunzionale della montagna con annesso un rifugio per gli escursionisti costituisce l'occasione di un'esperienza progettuale tesa a riproporre un rapporto stringente con il contesto. In un paesaggio fatto di prati e di massi affioranti, di cave dismesse, dominato dalle balze del Sasso Remenno e lambito dal torrente, la Casa delle Guide si pone come "un segno preciso, estraneo a mimesi storicistico-vernacolari, capace di dichiararsi e delineare (...) due ambiti di appartenenza, un "prima" e un "dopo", vallo ideale di demarcazione tra diverse condizioni naturali e insediative".1
I due bracci perpendicolari in cui si organizza l'edificio generano un impianto a squadra allineato con un ponte romanico in pietra che attraversa il Masino. Tra la Casa e le pendici dei monti retrostanti una corte semiaperta trattata a manto erboso assume il significato di "vuoto di rispetto" che separa il manufatto dall'identità naturalistica del luogo.
Il perentorio volume dell'opera architettonica è definito da solidi muri realizzati con scampoli di granito ghiandone delle cave locali; la pietra a spacco, posta in opera su abbondanti letti di malta, è rifinita a "rasapietra", secondo una tecnica della valle che prevede la rasatura dei giunti, "tirati", con gli utensili del muratore, a ricoprire parzialmente le irregolarità e le asperità perimetrali dei massi litici impiegati. Si tratta di un procedimento che protegge la superficie esterna della compagine muraria dall'infiltrazione dell'acqua conferendole una intonazione materica particolare da cui emerge, quasi in filigrana, il reticolo dei giunti di un grigio più chiaro rispetto al plumbeo colore del ghiandone.
L'adozione dell'opera muraria rustica esprime, così, un forte radicamento materiale e culturale al luogo che, tuttavia, non impedisce ai progettisti di ricercare una inedita scrittura compositiva per rispondere alle esigenze costruttive e funzionali dell'oggi.


Veduta del Valmasino e tradizionali case del luogo (foto Alfonso Acocella)

Le murature sono a doppio paramento con coibentazione interposta; un setto interno portante di calcestruzzo armato, dello spessore di 20 centimetri, si accosta allo strato litico esterno spesso circa 30 centimetri. Blocchi monolitici di granito, estremamente regolarizzati con trattamento di superficie a "pianosega" costituiscono, secondo tradizione, gli architravi delle aperture; il calcestruzzo armato a vista interviene, invece, a risolvere, laddove l'uso dei materiali litici sarebbe forzato, le solette su grandi luci e il vano scala cilindrico esibito in facciata.
Con la saldezza di un baluardo costruito tra l'estendersi discontinuo del paese di Filorera e la topografia frammentata del sito estrattivo abbandonato, l'edificio dei Romegialli parla un linguaggio essenziale fatto di murature massicce ed omogenee, appena articolate da poche "speronatore" e dal volume aggettante di una grande canna fumaria. Nel corpo che racchiude la palestra lo spessore dell'alzato murario si rastrema verso la sommità; la continuità della materia litica è qui disegnata "graficamente" da un minuto punteggiato regolare di trafori quadrati quasi ad evocare i paramenti a scarpa e le buche pontaie di antiche cortine difensive.
Al carattere introverso dei fronti, incisi da piccoli fori o scavati in profondità da rare ed eleganti finestre, si contrappone l'apertura dei prospetti sulla corte interna, risolti con un impaginato di logge in legno e di ampie vetrate che dialogano con il verde del prato e con la stratigrafia naturale della roccia grezza della cava sullo sfondo.

Davide Turrini

Note
(*) Il saggio rieditato è tratto dal volume di Alfonso Acocella, L'architettura di pietra, Firenze, Lucense-Alinea, 2004, pp. 624
1 Gianmatteo e Roberto Romegialli, Relazione di progetto (dattiloscritto inedito), s.d., p.2.

 

4 Settembre 2006

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